Storia del Vino

27 Maggio 2007 di Mezzapelle Vito


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La coltivSample Imageazione della vite e la vinificazione si ritiene siano state introdotte in Sicilia dai colonizzatori micenei, infatti nelle varie necropoli siciliane furono rinvenuti calici e coppe micenei. Alcuni archeologi però presumono da ritrovamenti fatti che già intorno al 2000 a.C in Sicilia si produceva e si beveva vino

I colonizzatori Greci portarono in Sicilia il culto di Dionisio, che era Bacco per i Latini (VIII sec. a.C) si può immaginare le scene delle cerimonie religiose, delle offerte di vino e di tralci di vite con i grappoli d’uva davanti all’altare. Le feste in onore di Dionisio spesso si concludevano con solenni bevute e vinceva il concorrente che riusciva per primo a bere una poderosa misura di vino.

Già nel VII – V sec. a.C il commercio dei vini siciliani è noto, vengono infatti esportati in Africa, in Grecia. Nel IV sec i vini di Sicilia giunsero in Etruria e a Roma in anfore di terracotta ed in epoca successiva anche in botti di legno.

 Quali erano i vini siciliani?

SSample Imagee ne conoscono diversi, e quasi tutti robusti, possenti per la stessa natura del terreno e per il clima caldo.

Nei vari scritti Plinio loda il Mamertino, detto anche Italiota, vino dolce leggero e corposo, prodotto nella zona di Messina, il Tauromenitalum della zona di Taormina, il Biblino un moscato di Siracusa e Noto che si vuole derivasse dalla vite di Biblina, originaria della Tracia; e ancora il Siracusano, il Mesopotanico e il vino di Selinunte, e il Murgentino il cui vitigno era stato trapiantato nel Lazio, dove aveva preso il nome di Pompeiano.

Anche nei primi secoli del Cristianesimo in Sicilia veniva praticata la coltivazione della vite, se ne ha testimonianza da una lettera indirizzata da San Gregorio Papa a Decio, vescovo di Lilibeo, a proposito di un convento che la nobile Adeodata voleva fondare nel suo podere. Papa Gregorio raccomandava che il convento fosse dotato di un reddito minimo comprendente da una certa superficie di vigneto. Durante l’occupazione araba si verificò in Sicilia un forte decremento della produzione vinicola come della coltivazione della vite. in compenso gli Arabi introdussero lo Zibibbo, da Zibib, se ne produsse così tanto che nell’875 se ne esportava. Gli arabi poi in Sicilia perfezionarono la distillazione. Al tempo però, dagli Statuti della Polizia Civile di allora, era severamente vietato berne in pubblico.

 

Gli insegnamenti del Corano hanno lasciato il segno in Sicilia, tanto è vero che ancora oggi i siciliani con soli 49,2 litri pro – capite, rispetto ai 123,6 litri dei Marchigiani sono all’ultimo posto in Italia nella graduatoria dei bevitori di vino, come lo sono tra quelli delle altre bevande alcoliche.

 

Insegnamenti che nel Corano sono categorici essendo il vino “sozzura di Shay tãn”, ma tuttavia indicato come “bevanda inebriante e alimento eccellente”, tanto da rinviarne il consumo in Paradiso dove gli eletti “saranno abbeverati di prezioso vino sigillato”.

 

Se gli arabi modificarono profondamente anche l’agricoltura siciliana, i Normanni preferirono lasciare nelle campagne le cose così come le avevano trovate. La Sicilia è passata da un principe all’altro, spesso in lotta con i signori locali.

 

Con l’avvento degli Angioini e degli Aragonesi l’isola divenne un avamposto militare con lo spopolamento delle campagne, anche se in alcuni decenni ola produzione vinicola ad opera di alcuni re ebbe dei privilegi che favorirono la maggior produzione e esportazione.

 

Nel territorio Marsalese i vigneti si estendevano nella zona pianeggiante sin quasi la costa dalle Saline di Marsala  alla foce del fiume Sossio verso Mazzara.

 

Dopo la scoperta dell’America si verificò in Sicilia come nel resto dell’Europa un notevole aumento dei prezzi delle derrate agricole e quindi anche del vino, da alcuni riferimenti storici dell’epoca si legge che il prezzo del vino passò da 2,15 once a 4,10 once già alla fine  del 1700.

  

Sample ImageDall’incontro casuale fra Woodhouse (1773) e Marsala scaturì la fortuna del vino Marsala, infatti accadde che per una tempesta la nave sulla quale viaggiava il commerciante Inglese trovò rifugio nel porto di Marsala. Il commerciante Inglese andò a rifocillarsi e a bere in una delle tante bettole che in quel tempo erano la delizia dei marinai. L’inglese dopo aver assaggiato varie volte il vino Marsala ebbe il convincimento che da quella sua disavventura marinara poteva trarre lauti guadagni.

 

Acquistò una buona partita di quel vino, lo rinforzò con un po’ di spirito di vino( perché non avesse a soffrire del lungo viaggio) aumentandone la gradazione.

 

Ne inviò in Inghilterra un buon quantitativo e rimase a Marsala in attesa di sapere se quel vino poteva essere adatto ai gusti degli inglesi. La risposta arrivò subito, il vino poteva sostituire il porto o il Madera così iniziò la grande avventura. Gli inglesi erano da secoli alla ricerca di vini particolari, liquorosi, adatti al loro temperamento, congeniali alle loro abitudini, come il trascorrere lunghe ore al Club, nei salotti, soprattutto nelle giornate invernali.  

Woodhouse anticipò capitali e favorì in ogni modo lo sviluppo dell’impianto dei vigneti, ma nel contempo chiese ai contadini di riservargli tutto il raccolto al prezzo che avrebbe personalmente determinato. John Woodhouse fu raggiunto successivamente dai suoi fratelli e con loro anche due mastri bottai.

Aveva visto giusto John Woodhouse e ancora oggi quegli antichi stabilimenti sono là lungo il mare, sia pure rifatti dopo le vicende di due secoli e più. L’iniziativa aveva avuto fortuna e il vino non bastava mai, tanto che dai vigneti vecchi e nuovi di Marsala si dovette ricorrere a quelli di Mazzara del Vallo, di Castelvetrano, Castellammare del Golfo e Palermo.

Woodhouse continuò ad acquistare altri terreni e costruire altri stabilimenti e ad esportare.  Sample Image

Egli determinò la rinascita di Marsala e del suo territorio ma una certa ostilità alle sue iniziative erano della Municipalità locale che chiese al governo di Ferdinando IV di Borbone che risiedeva a Palermo, che per il vino esportato via mare venisse imposta una tassa. Ma l’inglese era molto ascoltato a corte per cui la richiesta del senato marsalese rimase inascoltata. Un altro protagonista inglese in terra di Sicilia e soprattutto a Marsala fù Beniamino Ingham che costruì un altro stabilimento vinicolo vicino a quello già noto e imponente del Woodhouse.

Ingham potenziò ancora le esportazioni facendo conoscere il vino Marsala nell’America del Nord in Brasile e perfino in Australia. Possiamo senza dubbio affermare che dopo la seconda metà dell’800 la presenza economica inglese in Sicilia  era ormai una realtà imponente, altri inglesi erano entrati in questa storia alcuni non lasciarono traccia altri invece valorizzarono in seguito altre economie come gli Hopps e Withaker.

 

Bisogna attendere il 1832 per trovare un nome italiano nell’elenco dei produttori del vino Marsala: è quello di Vincenzo Florio, l’uomo che con il figlio Ignazio non solo diede una nuova dimensione al Marsala, ma letteralmente inventò la Sicilia Moderna.

 

Tra la fine del 1700 e gli inizi del 1900 il territorio di Marsala e tutte le zone limitrofe ebbero a risentire i benefici effetti economici  e sociali derivanti dalle fortune del vino Marsala. Nell’intera Provincia di Trapani il numero delle aziende produttrici era salito di molto, se ne contavano circa 40 già nel 1900.

 

La Sicilia in quegli anni stava vivendo anche una profonda rivoluzione spirituale e culturale, dopo secoli di isolamento si avviava al rinnovamento. Il vino di Marsala aveva ormai la strada segnata, doveva andare avanti!

 


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